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lunedì 2 aprile 2012

amovivorespiro

E ci sono momenti in cui davvero, sotto lo scrosciante silenzio delle mie quattro mura indifese, io penso che ci siano secondi in cui rincorro senza voltarmi più l’eternità.
La posso sentire pendere dalle mie labbra socchiuse, drogate di nicotina, che rilascia domande su risposte arrugginite - la vita è davvero la concreta fiducia che abbiamo nei sogni, o spiraglio fatale di Qualcosa che brilla nella nostra mente, perennemente addormentata?
Ma dopotutto posso - tra qualche sorso di innaturale calma, galleggiante e inconsapevole - considerarmi davvero priva di limiti avendone attaccati mille dietro la schiena, come rapaci dall’artiglio sguainato sempre pronti a colpirmi?

Sono io incantatrice, o lo è la vita stessa?

Respiro. Uno, due, tre. La melodia intatta di false idee - chi sono? sono seriamente io o è qualcun altro? Qualcun’altra?  - mi divora il cervello di vermi al primo stadio, lombrichi senza spina dorsale, causa incessante del mio vibrare di scossoni che partono dall’alto, profani, verso il basso.

Sono davvero eterna e mortale suddivisa in giornate che mi tolgono il buio dalla vista.
E vedo cose che gli altri non vedono; sento voci che dipingono la notte su un cielo stellato, la luna falciata a metà; percepisco e annuso profumi che mi nauseano, eppure unici nella loro dimostrazione di - qualcosa che brilla e brilla e non si può fermare.

Di nuovo respiro: uno, due, tre, quattro.
Il numero delle volte in cui ho sussurrato i loro nomi accovacciata, rannicchiata accanto alle fiamme di tre candele accese nel buio.

Mentre gli altri invocavano il nome di un Dio cieco, io brandivo l’essenza che invade i loro occhi, mormorandola sotto pesanti colpi di una spiritualità marcia, folle, lacerante.

Tutta morte attorno a me; tutti cadaveri spiegazzati dentro agonie lunghe secoli.
Come me - come sento d’essere.

Come non sarò mai totalmente.

Vedo cose che hanno il colore di un’alba misera e divina lasciata appoggiata dentro stelle cadenti che infuocano la notte.
Annuso l’odore dei fiori; sento il ticchettio del tempo tiranno e misantropo sconvolgere il flusso dei vaneggiamenti delle altre persone - invecchiamo tutti quanti; non v’è salvezza, al disonore della carne.
Alla bellezza che vedo e sputo con ferocia dopo averla rinnegata.
Alla veemenza con la quale calco, sotto un silenzio assordante e sguaiato, i miei ossequi al giorno premendoli con odio verso l’immensa ragnatela che è il nulla.

Il mio tutto; il vostro niente.

E quando colpirete, fatelo con tutta la vostra forza: e se dovete deridermi per qualcosa, che siano veleno le vostre parole; se all’imbrunire lento, condannato del mio eroico sforzarmi di restare a terra, distrutta, io avrò ancora la forza di rialzarmi riderò di voi fino alla nausea indicandovi col riso angosciato di una folle senza esserlo mai.

Sarò la somma esatta dei vostri calcoli, la teoria che strapperà i vostri ideali, lo scempio delle vostre menti.

ridete, forza.


Sarò candore, sarò forza, sarò pietà.
Sarò infine la fine e l’inizio.

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E poi cercavo di capire un senso il quale si nascondeva nelle mie tasche e allora infilandovi le mani, non trovando niente, per barattare la mia inadeguatezza sospiravo alla notte, durante le ore di sole, il mio cielo scuro. Chiaro. Splendente.

E circondavo con sciocche teorie il mio essere senza esserne consapevole; mi macchiavo dell’assenza del mio spirito.
Ridevo quando volevo piangere.
Piangere quando dovevo - dovevo - ridere.

Scrivere mi annienta.
Mi devasta, mi incarcera il raziocinio adombrandolo con fiabe eterne, immense, prive di umanità - ultraterrene loro, senza incanti sublimi... nonostante tutto, reali.
Più di tutto (del niente degli altri).
Scrivere mi innalza.
Mi rende immortale; penso di esserlo e dunque lo sono.

E allora via.
Uno due tre quattro [volte]

Il suo nome piegato tra lingua e denti.


Uno due tre quattro.

Le volte in cui il mio protettore mi guarda negli occhi, facendoli vacillare e bagnare.

Uno due tre quattro.

I petali persi da un fiore divino e oscuro, nell’ondeggiare pigro dei minuti, qui, avvolti nel buio - sotto fiamme purificatrici e benevolenti.


Sono dunque io nel senso che solo essere può dare, donare.

Sono io non essendolo  mai.
Mai.

-Chi diavolo sei?
                     -niente.



La mia testa è un varco gigante, una terra promessa divisa e squarciata, la luna piena.
Nei miei occhi che specchio dove non posso vederli - dove il confine della mente umana è deplorevole e soffice come nuvole- intravedo una fontana.
Perde acqua viola - la magia non è nient’altro che magia, in fondo - e la disperde sul terreno, in fiotti candidi di malefici.
Io odio.
Amo.
Venero.

Amo ancora e venero; non odio realmente...
Sono solo aperta, tutto il mio essere lo è, ai sensi disfatti.
Alla nausea che sfocia in risate.
Al candore che non cerco ma possiedo in pensieri feroci, d’una fermezza inaudita.

e potrei scaraventare il Cielo in una pozza di fango, se solo potesse darmi i loro occhi.

           se solo potessi avvalermi di non dover scegliere tra la vita, quella vera, e la morte.

Quello che amo, quello che la gente si aspetta che io faccia.

Andate all’inferno, tutti quanti.
Io corro.
Respiro fiori e vedo.

(Una marcia di gatti colorati come milioni di arcobaleni; un portone, un letto gigante; la notte mi preme contro il materasso, spalanca le mie cosce, viola il mio mormorio confuso; Conall si alza brandendo una spada, una spada sacra di molti anni fa; Bleuzenn gioca a divorare la natura nei suoi occhi grigi e letali, benedetti; Fionnlagh ulula al giorno richiamando a sé spiragli di una luna che è pigra al mostrarsi onnipotente ai suoi occhi dorati, tutto d’oro, tutto il mondo viene ricoperto, sommerso dalle sue zanne lunghe e micidiali...)

L’amore e la perdita; e l’amore, l’amore, perdita; perdita e amore.
In un ciclo come la musica che non sfalda il cuore delle persone, ma lo tramuta in canzoni ossessionanti come il battito di un cuore, di mille altri cuori... sopra le voraci richieste di - ti prego, prenditene cura, per favore.

Ma a chi, a che cosa?
Il lento spegnersi del mio tormento, del mio gioire.

Ed è vero che scrivere ti riduce all’osso; contando le mie costole spezzate, dove mia figlia ha una mezzaluna, le trovo a ricomporsi da sole sotto un pesante mantello di oscurità latente, in me, che ondeggia e ondeggia e brilla, maledizione, brilla quanto - e forse di più- le stelle che sono riuscita a contare negli occhi socchiusi di Conall.

-A volte, vorrei lo facesse

-cosa?
-Lui è così forte che potrebbe spezzarmi le ossa solamente stringendomi un attimo più forte.


Ma l’amore è l’amore: cosa si può dire, spiegare.
Respiro: uno, due.
I secondi per rendermi conto di essere divorata dalla luce delle mie candele; nel muro, accanto ai loro nomi, proiettano zanne e petali e una luna gigante.
Morirò sempre aspettandovi; sono morta tutti i giorni aspettandovi.
Rinascerò quando il mondo gelerà di freddo: sarò fuoco.
Rigenerò tutto.
Sfascerò il superfluo.




-Vorrei essere pericolosa -
-Lo è più chi è cosciente d’esserlo, mamma-
-Dunque sarò sempre nebbia-
-Mai quanto il trascorrere del tuo amore-
-E’ nebbia?-
-No. E’ l’innominabile... a cui dai un nome.-

-I vostri nomi-
-Voglio che tu lo sappia, non c’è niente di più reale che te, mamma-
-Anche se nascosta dalla nebbia?-
-La nebbia si può soffiare via-
-Non come le stelle-
-No, ma come l’eruzione del tuo sentimento.-
-Verso di voi-
-Verso di te, anche.-
-Conall... ti prego... -



E vorrei implorarti di prendere ancora tutto di me.
Di celarmi ad occhi indiscreti, di trascinarmi via.
Di assaggiare il mio... destino, di succhiarmelo via... per vederlo brillare in te, nei tuoi occhi e nelle tue ciglia lunghe, nella gobba lieve che hai sul naso.

Figlio mio, mio amore, mio sincera, tremula, sospirata, anelata anima [gemella].
Mi tolgo i capelli dalla faccia. Affondandoci le dita con furia.
Bruciare e tornare; affogando in acque che scottano e lì trovare la forza di riaprire gli occhi [ricoperti di placenta e sangue].

 E il mio antico fratello giace inerme sul terreno con un uncino conficcato nel piccolo petto annaspante; ma il nome di Wendy non uscirà mai dalle sue labbra.
Non più... prima di ritornare a volare.
E volare. E volare senza crescere ed invecchiare.
Inganno meraviglioso del tempo, delle correnti, dell’infinito ricercarsi - languido - in isole esistenti ma mai trovate.

E di nuovo amo
vivo
respiro.

Scrivo, e va tutto bene; il terreno si sgretola sotto ai miei piedi, e va tutto bene; cado in un pozzo oscuro... ma va tutto bene.

La spada sacra si appoggia sulla mia spalla, un bisbiglio fremente e solenne sopra la mia testa, nei miei occhi spalancati, e la luna è talmente vicina da non farmi respirare e- va tutto bene.

Non riconoscendomi, so di essere.
E di trovare la luce perfino negli angoli più deplorevoli
[per mangiarla e lasciarmela scivolare nel petto]
di me, per farli fiorire in futuro e diventare albero maestoso [di più, ancora di più, sempre di più] di frutti freschi che possono avere solo quei nomi.
ConallBleuzennFionnlagh.


... [vi amo
          più della
                       mia stessa
                                  vita] ....


23:37, 25 marzo 2012
(e sono, e non sono; e torno ad essere Anna, e chissà chi è, e mio Dio io non sono! Sono pur non sapendo! Scrivere mi dona la vita... la luce... ah... sì, è proprio il sole... travestito da luna... ma forse chissà, saranno solo i miei occhi divisi tra il qua e il là, che circonda un secondo in cui -sono davvero io.
E il mio nome, non lo trovo - pur cercandolo - se non nel loro, come un allungamento naturale della mia anima)


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