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sabato 3 settembre 2011

figlio [e due]

4 settembre 2011, 2:04

addormentata ti aggrappi ai miei sospiri, che mi paiono durante la notte, colorita nella sua tenebra continua, pesanti e saziabili da così poco che - non riesco a non cadere, e cadere, prima di rialzarmi avvolta nella nebbia, le mani dischiuse pronte per afferrare la verità e guardarla brillare sfiduciando perfino la luce dello stesso sole.






“la mia vita è tua.”

consciamente, irrazionalmente, fiduciosamente.
e sempre.









“non importa se nessuno capirà; io ti vedo ogni giorno, spendendo il mio tempo per acciuffarti ogni secondo. io ti amo.”

cera, cera calda attorno a me che riscalda il nucleo temporaneo e fittizio della mia stabilità - corro sempre in laghi ghiacciati sconosciuti, e mi perdo continuamente in me stessa senza considerare più niente, oramai.

il tempo non ha più tempo per sé stesso, per me.

“te, lei. voi. non importa, davvero, se non capiranno. se la vita non capirà.”

io capisco, vedo, brucio.
accetto e non perdono, perché quando si ama qualcuno si combatte per proteggerlo e cullarlo, e solo il pensiero di vederlo stracciato in due mi logora dentro e non posso, non voglio, permettere a me stessa che lo scempio possa solo respirare un po’.




“vi proteggerò sempre, con un ardore che mi saranno sconosciuti in questa vita, ma nella mia anima ritroverò chi ho perduto molto tempo fa nascosto sotto il luccichio privo di malizia della luna. ed avanzerò.”

probabilmente, sono pazza. ma se non fossi pazza, non ti avrei partorito e conosciuto.
meglio morire subito che assaporare un solo istante senza vederti, tu che sei l’altra metà della mela togliendo i più banali cliché di ogni tempo.

se non fossi pazza, io non correrei divorata da una fitta nebbia che pare tranciarmi in due il cuore; non gusterei il sorriso con il quale accolgo le tue mani sulle mie; non traccerei il tuo cuore di respiri che tolgo a me, pur di donarteli; non fisserei i tuoi occhi, la tua pelle scura, il tuo perdono costante e intriso di amore; non scriverei circondata da fiori colorati; non vedrei la vita reale, concreta e luminosa, che mi abbraccia teneramente come un figlio; non vedrei te ma, sai, io sono semplicemente io e, supponendo che non sia folle, ti vedrei comunque - correrei in ogni caso via con te, coronerei sempre i miei sogni dentro il tuo cuore benedetto.

quello che voglio dirti, nonostante tu lo sappia già, è che tu saresti venuto al mondo in ogni epoca ed in ogni me esistente, quel 25 dicembre 2007.

quello che voglio dirti, amore mio, è che saresti nato lo stesso - in qualunque situazione, giorno ed ora.
perché era proprio destino, perché se penso al tuo viso io lo ricollego alla parola “per sempre”, “eternità”, “fedeltà” e sopratutto “amore che è stato destinato”.
tu eri e sei destinato a me.
io ero e sono destinata a te.

figlio, madre, cosa vuoi che sia - è semplicemente la comunione della vita con lo spirito, l’accettazione di un pensiero reale e tangibile per me come nessun altro, così assurdamente semplice ed eterno.

sei mio figlio.
sei mio.
sono tua madre, sono tua.

ed il tuo nome inciderò con ferocia nelle stelle, ricamando un castello in cielo dove potrai sempre essere Re, come lo sei di questo stupido cuore umano.

il tuo nome... perfetto. così tuo, così mio.

la musica mi divide e va bene così: la nostra canzone mi spacca in due, ed una parte è tra le tue mani affusolate.

andiamo via dove il nulla non è che un sorso da mandare giù e poi --solo--- scrivere... e vedere.

“dimmi dove correrai.”
--nel mio cuore accaldato e spalancato.


(atman scivola in posti lacerati, e si sperde da sola senza paura perché, alla fine, tutto andrà a posto - l’espiazione sarà tumultuosa, ma con un immenso calore a donare sorrisi)

mi vengono in mente le nuvole, come se fossero dipinte... e poi le tue mani innalzarsi verso l’alto e protrarsi in canti magici che non combatterò mai.

la mia anima gemella.
è buffo.
l’ho capito adesso, pur sapendolo sempre.

“la pazzia può avere molte voci e pochi sostenitori,” mi dico.
ma io non sono pazza. non lo sono. io ho la mia vita, quella vera io ce l’ho.

il tuo sorriso cambia le sfaccettature del cielo, illuminandolo.
automaticamente sorrido anche io.

e sobbalzando da brividi violenti, quasi quasi il mio sorriso si allarga a dismisura.

saprei riconoscerti ovunque, lupastro impacciato, non sai nasconderti molto bene da me, eh?

avanti, sto solo piangendo per la commozione, non sono affatto ridicola.
come minimo stai scrollando le spalle con tanto di sopracciglia inarcate, cretino.



la smetti? non posso rabbrividire tutto il tempo, sicché sto cercando, sai!, di concentrarmi per scrivere e sarebbe carino non distrarmi continuamente e siccome sei qui non posso non rabbrividire.
su, fila a dormire. lo so che sei qui. avanti, Conall, sto ancora sorridendo, sciò!
lupastro pasticcione e meraviglioso.

ci fumiamo l’ultima sigaretta, vuoi?

sì, ti amo anch’io.

(mi tremano le mani)

dimmi te come posso concentrarmi se posso vedere chiaramente il tuo ghigno divertito.
fai ridacchiare anche me e non sono assolutamente scema.
è così e basta - piantala di sfiorarmi la nuca.

guardo il mio braccio e sorrido, ancora.

che razza di splendido karma mi è capitato, di nuovo, stavolta.

ascolta, testone, la devi smettere - non riesco a concentrarmi e rido va bene? stasera sei particolarmente meraviglioso e petulante!

oh, chissene frega se nessuno capirà, noi due capiamo - mi ritrovo a pensare, e quindi a scrivere.

annoto tutto, tanto oramai!

ho capito, va bene, ho sbadigliato. vuoi andare a letto. che razza di figlio che mi sono ritrovata, ancora.

andiamo a letto, va’, che sono già le due e quarantotto... mio lupastro indecente da tanto bello sei.
sei ossigeno e sorrisi e poesia.

se solo provi a ridacchiare a letto, ti prenderò a botte, sappilo. abbiamo bisogno di riposare e no-non sghignazzare come un idiota, amore mio, contegno.

ma cosa scrivo a fare ancora?
a letto.


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